
Sono razzista. Mi impegno per non esserlo, ma c’è un fondo di me che ha paura.
Sono a metà del libro di cronaca giudiziaria che Emmanuel Carrère ha scritto mentre seguiva il processo agli attentatori del Bataclan e dello Stade de France nel 2015 (eccolo qui). È un libro che strappa la pelle, perché mette di fronte allo strazio nudo e crudo.
Qualche giorno fa ho preso un treno, un intercity. C’erano molti posti liberi e il mio 3A era nell’unica zona della carrozza in cui erano concentrati gli altri passeggeri, perciò ho deciso di non sedermi al mio posto, ma qualche sedile più in qua. L’ho fatto senza guardare le persone sedute accanto o di fronte al 3A: ho notato un’indistinta concentrazione umana e ho scelto dei sedili con il tavolino, appena prima. Ho corretto alcuni compiti dei miei studenti, poi, quando mi sono stancata di lavorare, ho tirato fuori Carrère e mi ci sono immersa.
Uno degli argomenti che mi hanno più affascinato della psicologia sociale sono le euristiche, cioè quei meccanismi assai economici per i quali dividiamo stabilmente il mondo in categorie in cui facciamo rientrare ciò che conosciamo, a mano a mano che lo conosciamo. Se vediamo un volto sorridente lo associamo alla felicità, se vediamo una persona con gli occhiali penseremo che sia intelligente… peccato che le nostre euristiche, tanto utili nella nostra vita ordinaria, si rivelino sovente ipersemplificanti e, non si rado, del tutto sbagliate. La psicologia dice che diventano “bias”, errori cognitivi. A questa categoria appartengono gli stereotipi: una donna con indosso un camice, in un ospedale, ci sembrerà più probabilmente un’infermiera che un medico. Allo stesso modo, nel gennaio 2020, se incontravamo una persona dai tratti somatici orientali, ci prendeva il timore che potesse contagiarci con il terribile morbo che aveva svuotato le strade di Wuhan… i bias cognitivi sono categorizzazioni sociali che si alleano con le nostre paure profonde.
Il libro di Carrère mi ha risvegliato il ricordo di quegli anni terribili in cui le grandi città europee erano improvvisamente diventate insicure e si poteva morire insensatamente in una stazione della metropolitana di Bruxelles, in un mercatino di Natale a Berlino, al concerto di Ariana Grande a Manchester o investiti da un furgone pazzo sulla Rambla di Barcellona. Ce li siamo già dimenticati, ma era solo una manciata di anni fa.
Ho fatto una pausa nella mia lettura in treno e mi sono alzata per andare in bagno. Solo allora ho notato che le persone sedute vicino al 3A erano uomini, non parlavano italiano, avevano la pelle bruna dei magrebini. Dentro di me è avvenuto un corto circuito: le suggestioni del libro hanno riattivato le paure di allora e risvegliato quelle del presente, sono diventate una valanga che ha travolto le ignare persone che viaggiavano a pochi sedili da me. In quanto uomini e in quanto, presumibilmente, magrebini, quegli sconosciuti sono diventati un pericolo.
Mi sono ricordata il timore che provavo, nel 2016 o nel 2017, se sentivo parlare arabo, che pure è una lingua che da sempre mi incanta. Si può governare, la paura, ma scava. Ho ripensato a quanto spesso, in questo tempo burrascoso e iniquo che stiamo vivendo, gli “stranieri”, se sono uomini, magari abbastanza giovani, sono propagandati come una minaccia, soprattutto per le donne. Niente di nuovo: i governi di ogni tempo e di ogni parte del mondo sanno bene come funzionano i nostri bias e sanno come manipolarli.
Ho visto all’opera, dentro di me, un errore cognitivo senza rimedio, perché quelle persone erano lì, per i fatti loro, e chissà chi erano, chissà di cosa parlavano, chissà dove erano dirette. Invece, il fatto banale che uno di loro abbia alzato lo sguardo nella mia direzione, come si fa, talvolta, se qualcuno ci passa accanto, è riuscito ad attivare dentro di me un’istintiva reazione di difesa.
Sono razzista, dunque. Io so che strumenti utilizzare per neutralizzare il razzismo, per addomesticare i miei bias, e non mi è bastato: tanto è stata intensa la consapevolezza di quanto accadeva in me, che ancora ci penso. E penso al mondo che mi circonda e mi domando quanta gente sia disposta a compiere uno sforzo di consapevolezza evidentemente dispendioso. Non abbastanza. Lo capisco. Ed è un bel problema.
[L’immagine viene da qui]
Premetto che è una bellissima riflessione, è solo chi è consapevole del meccanismo dei Bias Cognitivi può accedervi con tanta lucidità e soprattutto onestà, facendo dialogare emotività e razionalità su un piano diverso.
Quando mi capita di viaggiare mi capita di entrare in uno stato di coscienza del tutto unico, e buona parte di quella paura spesso indotta è rinforzata da una propaganda incessante si affievolisce, la dimensione del presente emerge con tutta la sua potenza e per una strana alchimia si rende visibile L’uomo ed è in questo “confine-ingresso” che che comincia un nuovo tipo di relazione che è fondamentalmente fatta di una nuova possibilità di relazione, come se la storia ed il mondo cominciassero in quel momento, e la cosa incredibile è che ho la sensazione che succeda anche all’altro.
È lapalissiano che la mia è una esperienza personale e totalmente soggettiva. Ho il sospetto che il peso di una certa “pseudo-conoscenza” quella scritta propio con i Bias alla mano sia di fatto un interferenza che insieme a quella atavica paura Genera una densa barriera difficile da attraversare, quello è parte consistente di ciò che definiamo razzismo e posso immaginare che per una donna sia anche più complesso.
Il viaggio può essere un antidoto, senza dubbio. Anche se ultimamente mi interrogo molto sull’esplosione turistica degli ultimi anni: cosa dice? Cosa produce, in chi la vive attivamente, in chi la subisce, nei luoghi e nella loro percezione? Presto o tardi ci rifletto meglio per scrivere due parole.